Splendidi Ventenni – I migliori album del 1997

Doverosa premessa: quest’articolo non vuole essere una classifica. L’ordine con cui gli album si susseguiranno ha una logica che in nessun caso è legata al merito.

Detto questo, smentiamoci subito dicendo che il primo album di cui parliamo è sicuramente anche il migliore. Non solo del 1997, ma dell’intero decennio.

OK COMPUTER – RADIOHEAD
Esistono i Radiohead prima di Ok Computer e i Radiohead dopo Ok Computer. Non sarebbe possibile spiegare il passaggio dal rock barra britpop di Pablo Honey e The Bends all’elettronica sperimentale di Kid A e Amnesiac senza questo cd. Il percorso in cui Yorke e compagni ti immergono è talmente perfetto da non farti accorgere del cambio di registro operato canzone dopo canzone. Inizi con Airbag e trovi coerenza con ciò che conoscevi. Arrivato ad Electioneering hai già dimenticato tutto, ti si è aperta una voragine nella mente e nello stomaco, hai fame, e ciò che ascolti invece di saziarti la fa solo aumentare. Ok Computer è fame chimica musicale. Arrivi in fondo sconvolto ed assuefatto. Sceso dalla DeLorean, saluti Thom McFly e Doc Greenwood, ti guardi attorno e capisci che nulla sarà più come prima. Tutta la musica che ascoltavi ora ti sembra così inadatta, anacronistica, superata. Hai visto il futuro, e ora vuoi viverlo. Se Smells Like Teen Spirit è all’unanimità la canzone simbolo degli anni ’90 perché li apre e dà loro una forma e una vita, Ok Computer è l’album simbolo del decennio per il motivo opposto: lo deforma, lo priva della sua essenza e lo chiude, urlando in un sussurro “e basta co’ ste cazzo di camicie a quadri!”.

URBAN HYMNS – THE VERVE
Se non fosse stato l’anno di Ok Computer, il 1997 avrebbe potuto essere tanto altro, ad esempio l’anno di Bitter Sweet Symphony, con l’indimenticabile passeggiata di Richard Ashcroft su Hoxton Street. Indubbiamente uno dei videoclip simbolo degli anni ’90, che dei videoclip è stata l’epoca d’oro. Indimenticabile a livello visivo, inconfondibile a livello sonoro. Se infatti il tribunale ha riconosciuto ai Rolling Stones i diritti e quindi le royalties per l’uso non autorizzato del riff d’archi di The Last Time, non esiste al mondo persona che non associ istintivamente quel suono ai Verve e alla loro sinfonia, che apre in maniera clamorosa uno dei migliori dischi dell’anno e del decennio. Potreste impegnarvi a fondo per trovare una canzone mediocre senza riuscirci. Quasi del tutto accantonata la fase psichedelica di inizio carriera (quasi, vedi l’ottima The Rolling People), in Urban Hymns a farla da padrone sono le ballad, degne di menzione su tutte: Sonnet, Lucky Man, The Drugs Don’t Work. Ma come detto ogni singolo pezzo di questo album sarebbe degno di menzione, essendo assenti riempitivi, essendo bandita la mediocrità e tutto ciò che non risponda all’esigenza di perfezione che anima la band. Con questo gioiello in cui equilibrio e armonia sono le parole d’ordine, i Verve si prendono la scena britpop, fino a quel momento dominata dagli Oasis, che contemporaneamente pubblicano Be Here Now, un album stanco, decisamente non all’altezza, né dei propri lavori precedenti, né degli inni urbani del quartetto di Wigan. Il successo non sarà comunque sufficiente a tenere insieme la band, che si scioglierà nel 1999 per la seconda volta. Torneranno insieme una decina di anni dopo per una reunion che durerà un paio di anni, ma nulla sarà più all’altezza della passeggiata su Hoxton Street.

BLUR – BLUR
Anni ’90 anni di Britpop, dunque. E allora The Verve, Oasis, e inevitabilmente Blur. La band di Damon Albarn però, che tanto fieramente aveva rappresentato il movimento musicale britannico del periodo, nel 1997 compie una virata netta allontandosi dalle sonorità che l’avevano portata al successo. Solca l’oceano in direzione America, alla ricerca, per fortuna, di nuovi stimoli e passioni. E questa ricerca si traduce nell’album omonimo, in cui i nuovi suoni sporchi, distorti, sbilenchi, trovano casa in quel movimento indie lo-fi di cui sono alfieri Pavement e Sonic Youth, indubbiamente fonti di ispirazione per la band dell’Essex. La canzone simbolo dell’album è paradossalmente Song 2, a cui non trovano un titolo e allora resta così, semplicemente la traccia numero due del disco. Dedicata a Kurt Cobain, con un videoclip coinvolgente e indimenticabile, colonna sonora dell’edizione di FIFA di maggior successo di sempre (nell’immaginario collettivo la colonna sonora di ogni FIFA), ce n’è abbastanza per capire perché oltre a canzone simbolo dell’album, Song 2 si candidi prepotentemente ad essere una delle canzoni simbolo dell’intero decennio. Ma Blur e i Blur sono anche altro, dal primo singolo estratto Beetlebum, in cui Albarn racchiude la sua esperienza con l’eroina (chasing the beetle è infatti il gesto di inalare il fumo di eroina), all’omaggio a Bowie in M.O.R., passando per On Your Own e Chinese Bombs, perfetti esempi del cambio di sonorità operato dalla band, in cui nella chitarra di Coxon e nel cantato di Albarn non c’è più il minimo indizio che possa ricondurre al Britpop che fu.
È prassi abbastanza diffusa per gli artisti dare il proprio nome all’ album d’esordio, o all’album che rappresenta un momento di rinascita, vedi i casi di De Gregori dopo il “processo” e De Andrè dopo il sequestro. Mai titolo fu più azzeccato dunque, per i Blur, che invece di adagiarsi sugli allori anticipano le proprie ceneri rinascendo in una nuova versione di sé, presentata in questo disco omonimo, e portata a compimento due anni dopo in 13.

THE COLOUR AND THE SHAPE – FOO FIGHTERS
Abbiamo appena parlato dei selftitled album come simboli di nascita o rinascita, ed eccoci quindi a Dave Grohl, che un anno dopo la morte di Cobain e la fine della carriera come batterista dei Nirvana, si reinventa fondando i Foo Fighters (in realtà già nati ma praticamente inattivi) con album d’esordio, per l’appunto omonimo, accolto con scetticismo per l’inevitabile quanto ingiusto paragone con il gruppo in cui aveva militato fino all’anno prima. Passano due anni e tutto lo scetticismo viene spazzato via da The colour and the shape. Grohl ritaglia per se stesso il doppio ruolo di voce e batterista e già l’apertura di Monkey Wrench (dopo l’intro Doll) basta per convincere anche i più reticenti. È il perfetto manifesto di ciò che i Foo Fighters saranno per i vent’anni a venire: un misto di cantato melodico e urlato, rock che tende al pop e pop che tende al rock in equilibrio perfetto. Altrettanto impeccabile il singolo di maggior successo, Everlong, impreziosito dal videoclip girato dal regista Michel Gondry, che in futuro delizierà tutti con il film Se mi lasci ti cancello (felice traduzione del terribile e banale titolo originale).
Tutto il disco si regge su questa dicotomia attraversata da venature grunge, appena percettibili, ma inevitabile eredità del percorso di Dave Grohl con i Nirvana.
Il risultato è un’opera che si ritaglia il proprio spazio con forza e qualità e disegna un percorso avulso dai tanti movimenti che caratterizzano il periodo. Non è grunge, non è ovviamente britpop, non è crossover, è un qualcosa di diverso e riconoscibile. Sono i Foo Fighters e basta. E se vent’anni dopo tanti dei gruppi che spopolavano all’epoca sono spariti mentre Grohl e compagni sono più che mai sulla cresta dell’onda forse il segreto è tutto qui, il non essersi legati a un movimento, il non essere ascrivibili a un genere, o peggio, a un sottogenere.

Ci saranno i Backstreet Boys tra i migliori del 1997? Scopritelo a pagina 2!

Facebook Comments
Precedente Fedez e Chiara Ferragni aspettano un bimbo minkia. Successivo Ad Halloween mi travesto da Rock e vado a spaventare Vasco e Ligabue.