The Wall – Pink Floyd 30/11/1979

30 Novembre 1979: i Pink Floyd pubblicano The Wall.

di Roberto Ricci

Oggi, 38 anni fa, veniva pubblicato The Wall, l’album forse più iconografico dei Pink Floyd, probabilmente anche più del già stranoto The Dark Side of The Moon col suo prisma e i suoi suoni perfetti, che pure resta scolpito nella storia con i suoi insuperati decenni di costante permanenza nella Billboard top 100.
Eppure di The Wall si potrebbe dire tutto o niente.
Niente, perché lo conoscono praticamente tutti, in qualsiasi parte del globo terracqueo, anche i tanti che credono che Pink Floyd sia la traduzione inglese di Fluido Rosa (!), o quelli che, peggio, pensano che sia un album ispirato al crollo del muro di berlino (avvenuto 10 anni dopo).
Tutto, perché oltre il simbolo, l’icona, la notorietà, il video clip di Another brick in the wall pt 2, ecc ecc, la vera forza della ridondante opera partorita dalla fervente mente di Roger Waters è nelle sue fondamenta, nella sua storia, nelle radici, nell’aneddotica.

In sintesi nel suo racconto.

The Wall è un’opera visionaria che si presta a numerose letture. Dalla più superficiale, basata sulla stradiffusione del riff di Another brick, del suo 4/4 “disco” con tanto di charleston che occhieggiava alle radio di tutto il mondo, del coro dei bimbi della Islington School, alla più profonda, basata sul substrato psicologico dell’autore, sui suoi drammi interiori irrisolti, sui suoi sensi di colpa.

Un’ultima lettura è collegata invece, sempre per il tramite dell’autore, alla band stessa, a ciò che erano diventati dopo il successo di The Dark Side of The Moon, una macchina da soldi nella quale si rischiava di restare stritolati, sempre più distanti dal loro pubblico, e anche tra loro stessi se non in virtù di un patto contrattuale (che di lì a poco si sarebbe infatti sgretolato esattamente come il muro stesso nella parte finale dell’album).
Accantonando la chiave di lettura più superficiale, (che poi è quella che fa maggiormente storcere il naso ai “puristi” della discografia floydiana, legati ai prolifici anni della ricerca e della sperimentazione, da Barrett a Pink Floyd at Pompeii), le altre due sono senz’altro dovute al sovrapporsi di due fattori fondamentali: la totale e definitiva maturazione del talento di Waters come autore di testi (consolidatosi in realtà già due anni prima con Animals), e la sua capacità di attingere alla propria esperienza, al proprio vissuto e ai propri stati d’animo per concepire un gigantesco universo metaforico.

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The Wall racconta di Pink, una rock star oramai svuotata di una vita propria, di una propria personalità in quanto inghiottita, masticata e risputata dallo star system, dal successo repentino quanto corrosivo, dalla frenesia del mondo che lo circonda. Al punto di chiudersi definitivamente in se stesso costruendo un impenetrabile muro fatto di ricordi, rimpianti, paure, delusioni.
Impossibile non leggere nel personaggio di Pink l’esperienza di Syd Barrett, il suo progressivo isolamento, il definitivo abbandono da parte dello stesso Waters e degli altri compagni, con il conseguente perpetuo senso di colpa che ha pervaso praticamente ogni lavoro dei Floyd lungo tutto il percorso della loro carriera. In tal senso si legga lo struggente testo di Nobody Home, dove la figura di Barrett è descritta con dovizia di particolari, quasi come in un dipinto (“The obligatory Hendrix perm, the inevitable pinhole burns all down the front of my favourite satin shirt” o ancora “I’ve got wild staring eyes, and I’ve got a strong urge to fly, but I’ve got nowhere to fly to”).
Ma impossibile anche non identificare lo stesso Waters nel plot sviluppato dell’album, con quei continui ricordi di guerra, sotto forma di incubi, quei continui richiami al padre mai conosciuto (Eric Fletcher Waters morì in Italia durante la seconda guerra mondiale, a seguito dello sbarco ad Anzio, dove di recente è stato issato un monumento in sua memoria).
E infine impossibile non riconoscere l’esperienza della band stessa, che oramai dopo il successo planetario di The Dark Side of The Moon era diventata una band da stadio, da pubblico di massa, fino a rendere i loro tour (come l’ultimo In the flesh tour del 1977, tour di accompagnamento di Animals) un’esperienza sempre più estenuante e corrosiva al punto di arrivare a decidere di issare un muro nei confronti dello stesso pubblico.

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Ed il muro fu realmente issato, nella rappresentazione scenica dell’album dove nello srotolarsi delle canzoni veniva montato un gigantesco muro sul palco, sino a nascondere la band facendola sostituire dinanzi al pubblico da una “surrogate band”, musicisti che indossavano le maschere dei veri Floyd.
Una separazione totale, una distanza nata quando, durante uno show del 1977, in una oramai insopportabile bolgia di ragazzini adoranti che continuavano a urlare Money ! Money ! e che magari neanche sapevano dell’esistenza dei Floyd di Careful with that axe, Eugene, Interstellar Overdrive o A Saucerful of Secrets, Waters prese di mira un ragazzo delle prime file che lo osservava adorante e, dopo averlo a lungo fissato negli occhi, gli sputò in faccia.
Ormai la spaccatura era chiara, Waters (e i Floyd) erano Dei dell’Olimpo incarnati, distanti spanne da quella bolgia infernale. Ma al tempo stesso isolati. La trasfigurazione in The Wall (perfettamente rappresentata nel film del 1981 con la regia di Alan Parker) avviene quando il personaggio di Pink/Waters/Barrett dismette la propria pelle oramai consunta, involucro del suo decadimento, e ne esce trasformato in despota nazista, orientatore di folle osannanti e senza volto, disposte a tutto pur di seguirlo, anche a picchiare, violentare, uccidere.

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Ma anche quella è soltanto una finzione, una finta e vacillante prova di forza, un rifugio destinato a crollare insieme a quel muro che esploderà in mille pezzi lasciando Pink nudo e inerme nella sua realtà ormai vacua e dinanzi alle sue paure.
Nei 26 brani che compongono l’album, ridondante ed infinito, forse anche prolisso, infarcito di perle e capolavori assoluti come Hey You, Comfortably Numb, Nobody Home, forse il tutto si risolve e trova la sua definitiva chiave di lettura in un brano minuscolo, di una sola quartina, della durata di pochi secondi:

“Stop, I wanna go home / Take off this uniform and leave the show / I’m waiting in this cell because I have to know / Have I been guilty all this time?”

 

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